Sonia De Michiel PSICOLOGA E PSICOTERAPEUTA
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Articoli e riflessioni

«Dovrei farcela da solo»: dubbi e paure su cui si inciampa prima di cominciare

Macchina da scrivere con la parola Psychology su un foglio

Pensare di chiedere aiuto può dare sollievo, ma porta con sé anche esitazione, imbarazzo, il timore di essere giudicati. Sono reazioni comuni, e vale la pena prenderle sul serio.

Tra il pensiero «forse mi servirebbe parlarne con qualcuno» e la telefonata per fissare un appuntamento può passare molto tempo. Mesi, a volte anni. Si cerca un professionista, si leggono due pagine, si chiude la finestra. Ci si chiede se il proprio malessere sia abbastanza serio, se parlare servirà davvero, cosa penserebbero gli altri. Anche chi riconosce il valore della psicoterapia fatica spesso a concedersela.

«Dovrei farcela da solo»

Molti di noi hanno imparato presto che essere forti vuol dire non avere bisogno di nessuno. Chiedere aiuto, allora, suona come un'ammissione di debolezza, e quella frase arriva con l'autorità di una regola antica, di cui non ricordiamo più l'origine.

Una regola così ha quasi sempre una storia: una famiglia in cui non c'era posto per le fragilità, un ruolo, quello di chi regge, di chi non dà pensieri, che a un certo punto ha smesso di essere una scelta ed è diventato una gabbia. Ci ha anche protetti, in passato. Ma ciò che protegge può diventare un peso quando non lascia più parlare i nostri bisogni.

Cominciare non richiede di essere allo stremo. Si può venire per una sofferenza intensa, ma anche per una difficoltà che si trascina, una relazione che stanca, un periodo in cui ci si sente disorientati. Non occorre aspettare di toccare il fondo. Serve, questo sì, un po' di partecipazione: portare ciò che si vive, farsi qualche domanda, avvicinarsi anche a emozioni scomode. Ma non si fa da soli.

«Che cosa penseranno di me?»

Jung chiamava Persona l'immagine che presentiamo agli altri: il modo in cui vogliamo essere visti e, in parte, il modo in cui pensiamo di dover essere. Non è una finzione, ci serve per vivere insieme alle altre persone. Ma quando quell'immagine è quella di uno sempre a posto, capace, che non ha bisogno di niente, l'idea di sedersi in uno studio di psicoterapia può sembrare una minaccia.

A volte il giudizio è arrivato davvero da qualcuno vicino: una battuta, una scrollata di spalle, un «ma di cosa ti lamenti». Altre volte lo abbiamo assorbito così bene che non serve più nessuno a ripeterlo.

Se raccontarlo, a chi e quando, resta una tua scelta. In studio il segreto professionale tutela quanto viene detto in seduta. E se arriva la vergogna, magari proprio al primo incontro, si può dire anche quella: non devi giustificarti per essere venuto.

«A cosa serve parlare?»

Un amico può darti conforto, ed è già molto. In terapia la parola ha un altro compito. Chi ascolta non ha interessi nella tua vita, non deve consolarti in fretta né darti ragione, e può notare ciò che si ripete: le stesse frasi, gli stessi timori, lo stesso modo di stare con gli altri. Spesso quel modo si presenta anche nella stanza di terapia, ed è lì che diventa possibile guardarlo da vicino.

Anche i silenzi, le esitazioni, la fatica a trovare le parole fanno parte del lavoro. E non si parla solo di fatti: a volte emergono sogni o immagini, che per Jung sono un modo in cui la psiche dà forma a ciò che non è ancora cosciente.

Nessuno ti dirà come devi vivere. Nella prospettiva junghiana si va semmai nella direzione opposta: diventare più se stessi e meno ciò che gli altri si aspettano. Si chiama individuazione, ed è una parola grossa per una cosa molto concreta: riconoscere cosa senti, cosa vuoi, cosa non ti appartiene.

«E se poi non finisse più?»

È una domanda legittima, e spesso nasconde il timore di diventare dipendenti da qualcuno o di entrare in qualcosa di cui non si vede la fine. Durata, frequenza e obiettivi dipendono dalla situazione: se ne parla all'inizio e si rivedono strada facendo. Un percorso si può anche rimettere in discussione o interrompere, e anche questo si può dire in seduta.

Il primo colloquio serve proprio a questo: fare domande, dire i dubbi, capire se ciò che ti viene proposto ha senso per te.

Per cominciare non serve aver superato i dubbi. Basta la curiosità di capire se questo percorso possa esserti utile. Se ci stai pensando, puoi contattarmi per fissare un primo colloquio e parlarne insieme.